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Miti-concettuali sul cervello ostacolano l'insegnamentoI miti sul cervello sono comuni tra gli insegnanti di tutto il mondo, e ostacolano l'insegnamento, secondo una nuova ricerca pubblicata il 15 ottobre.


A gruppi di insegnanti di Gran Bretagna, Olanda, Turchia, Grecia e Cina sono stati presentati 7 cosiddetti «neuromiti» ed è stato loro chiesto se li credevano veri.


Oltre un quarto degli insegnanti del Regno Unito e della Turchia credono che il cervello di uno studente potrebbe ridursi se beve meno di 6/8 bicchieri di acqua al giorno, mentre oltre la metà degli intervistati crede che il cervello di uno studente sia attivo solo al 10 per cento e che i bambini sono meno attenti dopo aver consumato bevande zuccherate e snack.


Oltre il 70 per cento degli insegnanti di tutti i paesi crede erroneamente che uno studente sia più dotato nella parte sinistra o destra del cervello, arrivando al 91 per cento nel Regno Unito.


E quasi tutti gli insegnanti (oltre il 90 per cento di ciascun paese) ritengono che insegnare con lo stile preferito di apprendimento di uno studente (uditivo, cinestetico/tattile o visivo) sia utile, nonostante l'assenza di prove convincenti a favore di questo approccio.


La nuova ricerca dell'Università di Bristol, pubblicata su Nature Reviews Neuroscience, propugna una migliore comunicazione tra neuroscienziati ed educatori. Il Dr Paul Howard-Jones, della Graduate School of Education alla Bristol University, e autore dell'articolo, ha detto: "Queste idee sono spesso vendute agli insegnanti sulla base delle neuroscienze; ma la moderna neuroscienza non può essere usata per supportarle. Queste idee non hanno valore educativo e sono spesso associate a cattive pratiche in aula".


Il rapporto accusa il wishfulness [credere vero qualcosa perchè lo si desidera], l'ansia e la propensione alle spiegazioni semplici come fattori tipici che distorcono la realtà neuroscientifica facendola diventare neuromito. Tali fattori sembrano inoltre un ostacolo ai recenti sforzi dei neuroscienziati di comunicare il vero significato del loro lavoro agli educatori.


Il Dr Howard-Jones aggiunge: "Anche se il rafforzamento del dialogo tra neuroscienze ed educazione è incoraggiante, vediamo nuovi neuromiti all'orizzonte e quelli vecchi tornano in nuove forme. A volte trasmettere messaggi «condensati» sul cervello agli educatori può solo portare ad incomprensioni, e sono comuni le confusioni su concetti come la plasticità del cervello nelle discussioni sulla politica dell'istruzione".


Il rapporto evidenzia diverse aree in cui le nuove scoperte delle neuroscienze sono sempre fraintese dall'istruzione, comprese le idee legate al cervello riguardanti un investimento educativo precoce, lo sviluppo del cervello dell'adolescente e i disturbi dell'apprendimento come la dislessia e l'ADHD.


Le speranze che l'educazione possa trarre un vantaggio reale dalle neuroscienze risiedono sul campo nuovo, ma in rapida crescita, della ricerca «neuroeducativa» che combina entrambi i settori. La revisione conclude che, in futuro, tale collaborazione sarà proprio necessaria se l'istruzione deve essere arricchita, piuttosto che fuorviata, dalle neuroscienze.

 

 

 

 

 


Fonte: University of Bristol (>English version) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Paul A. Howard-Jones. Neuroscience and education: myths and messages. Nature Reviews Neuroscience, 2014; DOI: 10.1038/nrn3817

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