Tv e libriSono le sette di sera e in tv è l’ora dei cosiddetti “preserali”, trasmissioni che grosso modo si possono suddividere in due categorie: quelle che distribuiscono migliaia di euro come noccioline a concorrenti mediamente di un’ignoranza sconcertante e quelle che raccontano le disavventure di finti naufraghi che fingono di litigare per una finta sopravvivenza davanti a vere telecamere che documentano il tutto a beneficio di veri idioti.

Nella casa in cui ci troviamo però la televisione è spenta e regna il silenzio. Com’è possibile, dato che in casa ci sono ben sei ragazzi di età compresa fra i nove e i ventitrè anni? Perché nessuno è davanti al magico schermo? Dov’è il trucco?

 

Niente trucco e niente inganno. I sei semplicemente sono alle prese con un antico passatempo oggi quasi del tutto dimenticato e negletto e che tuttavia qua e là misteriosamente riaffiora e riesce ancora ad appassionare. Si chiama lettura.

La casa è la nostra e quindi lo sappiamo bene. Il miracolo, chiamiamolo così, si è verificato qualche sera fa. Purtroppo non si ripete tutti i giorni, però non è stato nemmeno un caso isolato. I sei ragazzi sono i nostri figli e gli “untori” siamo noi due, mamma e papà. Noi li abbiamo contaminati con il virus della lettura.

E’ una storia che incomincia da lontano, alimentata da un papà e da una mamma che non hanno mai posseduto, per dire, vestiti firmati o accessori all’ultima moda, ma non si sono mai fatti mancare i libri. Tutto ciò ha contribuito a fare di noi una famiglia quanto meno atipica, come non mancano di ricordarci quelli che simpaticamente ci paragonano a una piccola comunità di panda.

Ma noi non crediamo di essere una specie in via d’estinzione. Siamo solo una specie che non fa parlare di sé.

E se con queste righe facciamo un’eccezione è soprattutto per dare coraggio. A chi? A tutti quelli che avvertono il nostro stesso disagio in un mondo che mal sopporta la presenza di esseri viventi ancora in grado di svolgere alcune semplici funzioni quali pensare con la propria testa, far funzionare il senso critico, esercitare la capacità di scelta. E indignarsi per il becerume prodotto in quantità industriali da mezzi che solo per convenzione possiamo ancora chiamare “di comunicazione”, perché in realtà non contribuiscono a formare una comunità, ma solo un infinito numero di solitudini.

Leggere fa bene alla mente e al cuore, al corpo e all’anima. Un bambino che legge è meno aggressivo e violento di uno che trascorre ore davanti a uno schermo, sia esso televisivo o di videogiochi.

Leggere accresce l’immaginazione, libera la fantasia, invita alla creatività. Per leggere occorrono conoscenze e regole, come nella vita. Leggere educa alla cura. C’è un valore morale in una frase ben costruita, in una parola appropriata. Leggere fa amare la parola e amare la parola è amare è amare la creatura umana nella sua libertà e razionalità. Chi legge, poi, non è mai solo.

Per insegnare l’amore della lettura un buon educatore può fare moltissimo, ma anche un cattivo educatore, ahinoi, può far moltissimo in senso contrario. Un metodo sicuro per costruire un non lettore è quello di obbligarlo a leggere. Il desiderio di leggere non scatta per tutti alla stessa ora, ci sono ritmi diversi. E’ più importante abituare alla presenza dei libri in casa, a considerare il libro un amico e un compagno di giochi. Il resto verrà a tempo debito. Una famiglia librofila si inventa di tutto.

Per esempio un anno fa - eravamo più o meno in questa stagione – su proposta di Silvia, assai rattristata dalla scarsa qualità dei programmi televisivi, per alcuni giorni decidemmo di organizzare serate di lettura. Dopo cena, anziché prendere in mano il telecomando e dedicarci a quell’attività disperante e compulsiva chiamata zapping, si prendeva un libro e a turno ognuno di noi ne leggeva alcune pagine a voce alta. Incominciammo conLo hobbitdi John Ronald Reuel Tolkien (Silvia è una tolkieniana di ferro) e proseguimmo fino a Natale con l’esilaranteIl fantasma di Cantervilledi Oscar Wilde. Attaccammo poi conLa mia famiglia e altri animalidi Gerald Durrell, ma l’arrivo dei nonni da Milano ci impedì di proseguire perché non furono disposti al sacrificio supremo di rinunciare alla serata televisiva, e quando la tv è in funzione non c’è niente da fare, vince sempre lei. Il virus della lettura a volte rende la vita difficile (…).

 



Pubblicato da Serena Cammelli e Aldo Maria Valli in FamilyAndMedia.it


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