Biblioteca Comunale di Altivole

 

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Altri cataloghi e risorse online

 

 

Il libro

Antichi libri rilegati ed usurati nella biblioteca del Merton College a OxfordAntichi libri rilegati ed usurati nella biblioteca del Merton College a OxfordLa parola italiana libro deriva dal latino liber. Il vocabolo originariamente significava anche "corteccia", ma visto che era un materiale usato per scrivere testi (in libro scribuntur litterae, Plauto), in seguito per estensione la parola ha assunto il significato di "opera letteraria". Un'evoluzione identica ha subìto la parola greca βιβλίον (biblìon): si veda l'etimologia del termine biblioteca.

In inglese, la parola "book" proviene dall'Antico inglese "bōc" che a sua volta si origina dalla radice germanica "*bōk-", parola imparentata con "beech" (Fagus). Similmente, nelle lingue slave (per es.,russo, bulgaro) "буква" (bukva - "lettera") è imparentata con "beech". In russo ed in serbo, altra lingua slava, le parole "букварь" (bukvar') e "буквар" (bukvar), si riferiscono rispettivamente ai libri di testo scolastici che assistono gli alunni di scuola elementare ad imparare le tecniche della lettura e scrittura.

Se ne deduce che le prime scritture delle lingue indoeuropee possano esser state intagliate su legno di faggio (=fagus =beech). In maniera analoga, la parola latina codex/codice, col significato di libro nel senso moderno (rilegato e con pagine separate), originalmente significava "blocco di legno".

Storia del libro

European Output of Books 5001800Livelli di produzione libraria europea dal 500 al1800. L'evento chiave fu l'invenzione dellastampa a caratteri mobili di Gutenberg nel XV secolo.La storia del libro segue una serie di innovazioni tecnologiche che hanno migliorato la qualità di conservazione del testo e l'accesso alle informazioni, la portabilità e il costo di produzione. Essa è strettamente legata alle contingenze economiche e politiche nella storia delle idee e delle religioni.

La scrittura è la condizione per l'esistenza del testo e del libro. La scrittura, un sistema di segni durevoli che permette di trasmettere e conservare le informazioni, ha cominciato a svilupparsi tra il VII e il IV millennio a.C. in forma di simboli mnemonici diventati poi un sistema di ideogrammi o pittogrammi attraverso la semplificazione. Le più antiche forme di scrittura conosciute erano quindi principalmentelogografiche. In seguito è emersa la scrittura sillabica e alfabetica (o segmentale).

Antichità

Quando i sistemi di scrittura furono inventati furono utilizzati quei materiali che permettevano la registrazione di informazioni sotto forma scritta: pietra, argilla, corteccia d'albero, lamiere di metallo. Lo studio di queste iscrizioni è conosciuto come epigrafia. La scrittura alfabetica emerse in Egitto circa 5.000 anni fa. Gli antichi Egizi erano soliti scrivere scrivere sul papiro, una pianta coltivata lungo il fiume Nilo. Inizialmente i termini non erano separati l'uno dall'altro (scriptura continua) e non c'era punteggiatura. I testi venivano scritti da destra a sinistra, da sinistra a destra, e anche in modo che le linee alternate si leggessero in direzioni opposte. Il termine tecnico per questo tipo di scrittura, con un andamento che ricorda quello de solchi tracciati dall'aratro in un campo, è "bustrofedica".

Tavoletta di argilla sumera con scrittura cuneiforme, 2.400–2.200 a.C.Tavoletta di argilla sumera con scrittura cuneiforme, 2.400–2.200 a.C. (da Wikipedia)Tavolette

Una tavoletta può esser definita come un mezzo fisicamente robusto adatto al trasporto e alla scrittura.

Le tavolette di argilla furono ciò che il nome implica: pezzi di argilla secca appiattiti e facili da trasportare, con iscrizioni fatte per mezzo di uno stilo possibilmente inumidito per consentire impronte scritte. Furono infatti usate come mezzo di scrittura, specialmente per il cuneiforme, durante tutta l'Età del Bronzo e fino alla metà dell'Età del Ferro

Le tavolette di cera erano assicelle di legno ricoperte da uno strato abbastanza spesso di cera che veniva incisa da uno stilo. Servivano da materiale normale di scrittura nelle scuole, in contabilità, e per prendere appunti. Avevano il vantaggio di essere riutilizzabili: la cera poteva essere fusa e riformare una "pagina bianca". L'usanza di legare insieme diverse tavolette di cera (romano pugillares) è un possibile precursore dei libri moderni (cioè ilcodex, codice).  L'etimologia della parola codex (blocco di legno) fa presupporre che potesse derivare dallo sviluppo delle tavolette di cera.

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Perché leggere, F. Camon

Chi vive, vive la propria vita. Chi legge, vive anche le vite altrui. Ma poiché una vita esiste in relazione con le altre vite, chi non legge non entra in questa relazione, e dunque non vive nemmeno la propria vita, la perde.

La scrittura registra il lavoro del mondo. Chi legge libri e articoli, eredita questo lavoro, ne viene trasformato, alla fine di ogni libro o di ogni giornale è diverso da com'era all'inizio. Se qualcuno non legge libri né giornali, ignora quel lavoro, è come se il mondo lavorasse per tutti ma non per lui, l'umanità corre ma lui è fermo.

La lettura permette di conoscere le civiltà altrui. Ma poiché la propria civiltà si conosce solo in relazione con le altre civiltà, chi non legge non conosce nemmeno la civiltà in cui è nato: egli è estraneo al suo tempo e alla sua gente.

Un popolo non può permettersi di avere individui che non leggono. E' come avere elementi a-sociali, che frenano la storia. O individui non vaccinati, portatori di malattie. Bisogna essere vaccinati per sé e per gli altri.

Ferdinando CamonFerdinando Camon a Padova, quartiere Portello, dove abita (2011)Perciò leggere non è soltanto un diritto, è anche un dovere. Nelle relazioni tra i popoli, la prima e più importante forma di solidarietà è dare informazioni: mai l'altro dev'essere convertito alla nostra supposta superiorità, ma sempre messo in condizioni di scegliere tra le sue informazioni e le nostre. Quando una cultura si ritiene nella fase di superiorità tale che tutte le altre culture devono apprendere da lei, per il loro bene, e lei non può apprendere da nessuna, comincia la sua decadenza.

Ferdinanado Camon
Scrittore italiano contemporaneo (Montagnana 1935).

 

 

Cosa leggere, I. Calvino

Nel saggio che dà il titolo alla raccolta Perché leggere i classici, pubblicata postuma nel 1991, lo scrittore italiano Italo Calvino sostiene che le letture di gioventù risultano spesso poco proficue e forniscono al giovane lettore soltanto modelli, termini di paragone, schemi di classificazione e scale di valori con cui confrontarsi.

La lettura in profondità, quella fra le righe, le varie allegorie, le metafore più astratte vengono colte unicamente con la rilettura in età matura, la quale, invece, permette di ritrovare le costanti summenzionate nei meccanismi interiori che già regolano il comportamento inconscio dell'individuo.

Per questi motivi, diviene lecito definire classico quel libro che sappia esercitare una notevole influenza sia quando resta fisso, indelebile nella memoria, sia quando viene rimosso, pur rimanendo nascosto fra le pieghe della memoria, mimetizzandosi o dettando i comportamenti del proprio inconscio. Ad ogni rilettura di un classico quindi, capita sovente di riconoscere dei propri atteggiamenti assimilati durante le letture di gioventù; proprio per questo motivo, è necessario affermare che ogni rilettura d'un classico è una lettura di scoperta, come fosse la prima lettura, e che la prima lettura d'un classico è in realtà una rilettura. Insomma, si dice classico quel libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Detto questo, è scontato affermare in qual misura ogni libro definito a ragione classico porti con sé, celato fra le righe, delle reminiscenze di altri classici. Testi classici come l'Odissea, le opere di Franz Kafka e Fëdor Dostoevskij, grazie ai loro personaggi, che incarnano bene o male tutti i meccanismi interni celati in una persona, hanno continuato a vivere fino ai giorni nostri, reincarnandosi di generazione in generazione. La lettura d'un classico, quindi, deve darci qualche sorpresa, in rapporto alla considerazione iniziale, per questo è importante leggere direttamente i testi originali, evitando critiche, commenti e interpretazioni. Si dice classico, in definitiva, ogni libro che stimola un atteggiamento personale critico, che provoca discorsi critici ma che continuamente sappia liberarsene.

Italo Calvino (Foto Wikipedia)Italo Calvino (Wikipedia)Non sempre il classico ci insegna qualcosa, anzi, molte volte è una conferma di ciò che sapevamo. Anche questa scoperta crea sorpresa: la scoperta di una relazione, di una qual sorta di condivisione delle idee dell'autore. In definitiva, possiamo definire classici quei libri che si rivelano sempre sorprendenti, e comunque, non lasciano in ciascuno un sentimento di indifferenza.

La scuola gioca un ruolo importante nell'educazione alla lettura, in quanto, in qualità di luogo principale di formazione critica e culturale per i ragazzi, fornisce proprio alla gioventù gli strumenti adatti alla formazione di un proprio gusto classico, attraverso il confronto con altri testi propriamente detti classici e, di conseguenza, con l'acquisizione di una coscienza critica. Inoltre, è la stessa lettura a formare – talvolta – quel canone, quel metro di misura, con il quale misurarsi con i problemi che ci circondano, giungendo a formare, in ciascun giovane lettore, un vero e proprio approccio personale alle problematiche della vita. In definitiva, si chiama classico un libro che si configura come equivalente dell'universo.

 

Fonte: Wikipedia

 

 

Il piacere di leggere, M. Proust

Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto.

Tutto ciò che li riempiva agli occhi degli altri e che noi evitavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco che un amico veniva a proporci proprio nel punto più interessante, l'ape fastidiosa o il raggio di sole che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, la merenda che ci avevano fatto portar dietro e che lasciavamo sul banco lì accanto senza toccarla, mentre il sole sopra di noi diminuiva di intensità nel cielo blu, la cena per la quale si era dovuti rientrare e durante la quale non abbiamo pensato ad altro che a quando saremmo tornati di sopra a finire il capitolo interrotto ...

Il Bibliotecario di Giuseppe Arcimboldo, Librarian StokholmIl Bibliotecario di Giuseppe Arcimboldo, Librarian Stokholm[...] A volte a casa, nel letto, molto tempo dopo la cena, le ultime ore della serata ospitavano la mia lettura, ma questo solo quando ero arrivato agli ultimi capitoli di un libro, quando non restava più molto da leggere per arrivare alla fine.

Allora, a rischio di una punizione se fossi stato scoperto, e dell'insonnia che, finito il libro, poteva prolungarsi magari tutta la notte, non appena i miei genitori erano a letto, riaccendevo la candela; mentre nella strada vicina, tra la casa dell'armaiolo e la posta, immerso nel silenzio, c'era tutto un cielo di stelle, buio eppure azzurro e a sinistra, sulla stradina rialzata, dove cominciava a salire curvando, si sentiva vegliare, mostruosa e nera, l'abside della chiesa, le cui sculture non dormivano la notte, la chiesa paesana ma storica, dimora magica del Buon Dio, del pane consacrato, dei Santi multicolori, delle dame dei castelli vicini, che nei giorni di festa, quando attraversavano il mercato facendo schiamazzare le galline e voltare le comari, venivano a messa «con il tiro» e al ritorno non mancavano di fermarsi dal pasticcere in piazza a comprare, appena uscite dall'ombra del porticato dove i fedeli, spingendo la porta girevole, spargono i rubini erranti della navata, quei dolci a forma di torre, protetti dal sole con una tenda, «manqués», «Saint-Honorés», e «génoises», il cui profumo vagolante e dolce è rimasto associato in me alle campane della messa principale e all'allegria delle domeniche.

Poi l'ultima pagina era letta, il libro era finito. Si trattava allora di arrestare la corsa sfrenata degli occhi e della voce che seguiva senza suono, fermandosi solo per riprendere fiato con un respiro profondo. Infine per sostituire un altro movimento a quello tumultuoso che si era scatenato dentro di me da troppo tempo per potersi calmare d'un tratto, mi alzavo e mi mettevo a camminare intorno al letto, gli occhi ancora fissi su un punto che inutilmente si sarebbe cercato nella stanza o fuori perché situato a una distanza d'anima, una di quelle distanze che non si misurano in metri o leghe come le altre e che del resto è impossibile confondere con queste quando si guardano gli occhi «lontani» di chi pensa «ad altro».

[...] Quanto all'inizio dei «Trésors des Rois», prima di provare a spiegare perché secondo me la Lettura non deve occupare nella vita il posto preponderante che le assegna Ruskin nel suo lavoro, dovevo considerare fuor di causa quelle letture meravigliose dell'adolescenza il cui ricordo deve restare una benedizione per tutti noi. Senza dubbio, con la lunghezza e il carattere di quanto precede, ho argomentato fin troppo ciò che avevo già anticipato: ciò che esse ci lasciano è soprattutto l'immagíne dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte.

Non sono sfuggito al loro sortilegio: volendo parlarne, ho parlato di tutt'altro che di libri, perché non è di questi che esse mi hanno parlato. Ma forse i ricordi che una dopo l'altra mi hanno restituito, avranno a loro volta incantato il lettore e l'avranno portato poco a poco, indugiando per viali fioriti e solitari, a ricreare nel suo animo l'atto psicologico originario chiamato Lettura, con l'energía sufficiente a segliere ora, in una sorta di percorso interiore, le riflessioni che mi accingo ad esporre.

[...] «Guarda la casa di Zelanda, rosa e lucente come una conchiglia. Guarda, impara a vedere!». E in quel momento sparisce. E' il prezzo della lettura e anche la sua insufficienza. Fare una disciplina di ciò che è solo un'iniziazione vuol dire attribuirle un ruolo troppo importante. La lettura è la soglia della vita spirituale, può introdurci in essa ma non costituirla.

Tuttavia ci sono casi, casi patologici per così dire di depressione spirituale, in cui la lettura può diventare una specie di disciplina terapeutica ed essere demandata e ripetutamente sollecitata a reintrodurre perpetuamente una coscienza pigra nella sua vita spirituale. In questi casi i libri assumono un ruolo analogo a quello degli psicoterapeuti con certi nevrotici.

[...] Quando la lettura è per noi l'iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto fra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo far altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.

A volte anche, in certi casi un po' eccezionali e, d'altronde, come vedremo, meno pericolosi, la verità, concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all'esterno, nelle pagine di un in-folio conservato gelosamente in un convento d'Olanda e che se per arrivarci bisogna durar fatica, quella fatica sarà tutta materiale mentre per il pensiero non si tratterà che di un piacevole svago.

[...] Sembra che il gusto dei libri cresca con l'intelligenza, un poco sotto di essa ma sulla stessa pianta, come ogni passione si accompagna ad una predilezione per ciò che circonda il suo oggetto, entra in rapporto con esso e in sua assenza continua a parlarne. Così i grandi scrittori, quando non sono in contatto diretto con il pensiero, si compiacciono della compagnia dei libri. Del resto non sono stati scritti per loro? Non rivelano loro mille bellezze che restano celate al volgo? A dire il vero, il fatto che certi spiriti superiori siano ciò che si dice libreschi, non prova affatto che non si tratti di un difetto defl'essere... Se gli uomini mediocri sono spesso buoni lavoratori e gli intelligenti sono spesso pigri, non si può concludere che il lavoro disciplina lo spirito meno della pigrizia.

Marcel ProustMarcel Proust nel 1900[...] Se il gusto per i libri cresce con l'intelligenza, i suoi pericoli, come abbiamo visto, diminuiscono con essa. Uno spirito originale sa subordinare la lettura alla propria attività personale. Per lei non è altro che la più nobile delle distrazioni, soprattutto la più feconda perché solo la lettura e il sapere forniscono lo spirito di «belle maniere». La forza della nostra sensibilità e intelligenza possiamo coltivarla solo dentro di noi, nella profondità della nostra vita spirituale. Ma proprio quel contratto con le altre coscienze, che è appunto la lettura, permette l'educazione dei «modi» dello spirito.

Malgrado tutto, i letterati rimangono persone di qualità intellettuale, e ignorare certi libri, certe peculiarità della scienza letteraria, resterà sempre, quand'anche si tratti di un uomo di genio, un segno di rozzezza intellettuale. Distinzione e nobiltà consistono, anche sul piano del pensiero, in una specie di massoneria di consuetudini e in un'eredità di tradizioni.

(Marcel Proust, Del piacere di leggere)

 

 

 

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